|
CLAUDIA TELLINI E NICOLA VERNUCCIO IN OCCASIONE DEL CLAUDIA TELLINI QUARTET IN CONCERTO JAZZ CLUB DI FIRENZE 10 GENNAIO 2002 DI LUCA BUTI ED ANDREA BARUCCI
LUCA BUTI & ANDREA BARUCCI (HFGM): Claudia, ci puoi parlare di come ti è nata la passione per questa musica e quali sono stati i tuoi riferimenti. CLAUDIA TELLINI: I miei punti di riferimento sono stati tanti. Ho cominciato ascoltando Stevie Wonder. Da lui ho iniziato ad ascoltare tutto ciò che avesse a che fare con quel genere di soul e rithm & blues. È il feeling nero di tutta questa musica che ha avuto grande presa su di me, appassionandomi sempre di più. È da qui che ho cominciato a studiare e fare musica. Nel '95 ho iniziato a cantare con il coro Gospel dei Jubilee Shouters. Da cinque anni mi dedico esclusivamente al jazz, forse il più ampio dei generi, e… una bella scommessa da parte mia.
HFGM: Claudia, studiare canto con impostazione jazz in Italia non è ne' usuale e nemmeno semplicissimo. Intendo che, alla fine, chi desidera cantare difficilmente sceglie l'approccio con questo genere di musica. Nel tuo caso, come è avvenuto questo. CT: Ho iniziato a studiare canto con Gianna Grazzini (direttrice dei Jubilee Shouters). È stata lei che mi ha introdotto a queste vocalità e a questo mondo in generale. Da questa esperienza ho imparato molte cose, sulle scale blues e soprattutto sull'armonia. Comunque non è stata soltanto la lezione di canto in sé: come ti dicevo, partendo da Stevie Wonder, ho iniziato ad ascoltare molti dischi (per lo più chiesti in prestito ad amici), dai quali ho imparato anche cose sull'improvvisazione vocale come lo scat. All'interno del coro dei Jubilee avevo acquisito un certo tipo di linguaggio. La maturazione successiva è però avvenuta con le esperienze fatte con i musicisti. È da queste collaborazioni che ho imparato tantissimo. Sono stata fortunata ad incontrare persone con una vasta esperienza: primo tra tutti Mauro Grossi, pianista e compositore livornese (nonché docente alla cattedra di jazz al Mascagni di Livorno) e arrangiatore della suite 'Porgy & Bess'. Grazie a lui, ho avuto anche il piacere di collaborare con Faye Neppon dalla quale, anche se per breve tempo, ho imparato molto sul rapporto con il pubblico e sull'interpretazione di testi d'autore. Successivamente ho collaborato con grande entusiasmo con Franco Santarnecchi che mi ha trasmesso una grande energia e sempre più voglia di continuare su questa strada; avevamo in comune la passione per Stevie Wonder: per un periodo abbiamo anche messo su un esplosivo quartetto grazie alla preziosa collaborazione di Stefano Allegra e Fabrizio Morganti. Devo molto anche elle esperienze più recenti, agli insegnamenti di Leonardo Pieri e Nicola Vernuccio; da Leonardo ho imparato a decodificare e capire le mille possibilità che ci sono di affrontare uno standard; Nico mi ha insegnato che l'anima arriva dove nessun'altra cosa può. È dai musicisti poi, più che dai cantanti, che ho imparato lo scat, il modo di improvvisare con la voce. Avendo attinto parecchio dai solisti vocali quali Sara Vaughan, Carmen McRae, Nina Simone, la lezione vera l'ho avuta dagli strumenti. Questo per numerose ragioni. Per esempio gli strumenti, per la loro conformazione fisica, saranno sempre più liberi di improvvisare, meno vincolati anche agli stati d'animo o alla stessa forma fisica. Molti pezzi che abbiamo eseguito stasera non hanno dei registri facili. Per eseguire alcuni brani, quelli più estesi come tonalità come Nuages o Estate, la voce deve passare dal registro medio a quello più alto, dove il timbro cambia sostanzialmente ed occorre "cantare su un registro di passaggio", perciò scomodo. Qui bisogna per forza imparare dagli strumenti non solo per cercare di imitarli, ma per capire come fanno. Questo non tanto per diventare più bravi, ma più espressivi. È comunque sempre divertente scoprire nuove possibilità, nuovi colori.
HFGM: Claudia, il pezzo sudamericano che avete eseguito Luna Tucumana, tra l'altro riarrangiata recentemente anche da Gato Barbieri, raccoglie molte influenze latine. Facendo un discorso più ampio, l'avanguardia musicale stessa si sta muovendo verso una continua integrazione di tutti i generi… CT: La musica latina ha sempre fatto parte del jazz per il semplice motivo che il jazz è un linguaggio universale e per questo molti artisti hanno da sempre cercato e cercano tuttora la comunione con la musica caraibica, brasiliana, indiana, africana o la bossa nova stessa. Tra i grandi del passato, anche John Coltrane e Ornette Coleman hanno da sempre abbracciato queste culture: la definirei una via naturale per chi cerca il rinnovamento. Tutti gli artisti perseguono un loro rinnovamento, dopotutto non si può fare sempre swing; non solo per esigenze di spettacolo, di show, ma per trovare sempre nuovi stimoli. I ritmi latini sono poi quelli più accattivanti, coinvolgenti e caldi, ritmi che hanno una incredibile capacità di sostenere la musica e per questo catalizzatori "globali".
HFGM: Claudia, riguardo al pezzo Mississippi Goddam di Nina Simone, abbiamo notato come questo abbia una grande capacità di catalizzare l'intesa che c'è tra di voi sul palco. Si tratta di un pezzo che ha intrinsecamente questa capacità. Il chiama-e-rispondi nel quale il pubblico e la band ti rispondono "too slow" è molto emozionante non trovi? Dimmi qualcosa in più di questo brano. CT: Nina Simone scrisse questo pezzo all'inizio degli anni '60. È una canzone soprattutto politica che parla dei neri descrivendone le atrocità che hanno subito dal tempo dello schiavismo. In questa canzone lei parla della sua vita, parla del "maledetto Mississippi" che lei conosce perfettamente, purtroppo è anche un brano attualissimo perché determinate condizioni persistono tutt'oggi. È' uno dei nostri brani preferiti proprio per il suo linguaggio chiaro. È molto coinvolgente e allo stesso tempo è una denuncia forte della mancanza di rispetto dei diritti umani. C'è un passaggio che dice "everybody knows about Mississippi, everybody knows about Alabama, everybody knows…": Nina Simone quando lo eseguiva dal vivo ci aggiungeva sempre qualcosa in più, di diverso, proprio per denunciare ciò che di sbagliato avveniva in quel momento. È una canzone con un carattere molto forte che noi abbiamo voluto fare nostra.
HFGM: Claudia, mi riallaccio al discorso fatto a proposito della musica sudamericana. Raccogliendo notizie su di te e sul tuo gruppo, ho scoperto che volete avvicinarvi di più alla musica etnica. Ce ne puoi parlare? CT: Non è che "vogliamo avvicinarci". Abbiamo introdotto dei brani di musica etnica come Nuages, che è un brano di musica manouche scritto da Django Reinhardt che era uno zingaro. Mi piacerebbe molto esplorare la musica etnica in modo più deciso, però le scelte devono essere fatte anche in base all'organico di cui si dispone. Attualmente siamo un quartetto con voce, piano, batteria e contrabbasso. Nel prossimo disco ci sarà un brano, Nochmal, creato di sana pianta, con dei fill di batteria, concepito come talmente libero, dilatato e senza tempo da emulare l'istinto allo stato puro. Un brano che, per questo, si allaccia ad un discorso di musica etnica. Per rispondere alla tua domanda quindi, la musica etnica farà sempre parte del nostro repertorio.
HFGM: Claudia, ti faccio quattro nomi di donne cantanti jazz contemporanee, sono nomi molto eterogenei che vanno dall'avanguardia del vocalismo creativo alla riscoperta delle radici del delta del Mississippi: Carla Blay, Cassandra Wilson, Karin Krog e Meredith Monk. Qualcuna di loro ti piace particolarmente? CT: Sicuramente Cassandra Wilson. Conosco poco le altre, ma apprezzo particolarmente e stimo moltissimo Cassandra Wilson. Di lei, mi piacciono molto i dischi fatti con brani suoi a dispetto dei molti dove lei interpreta gli standard. Per esempio, conosco bene Blue Light 'Til Dawn e New Moon Daughter. In questi due dischi, lei e la sua band sono riusciti a creare suoni ed atmosfere molto particolari. Confesso che mi piacerebbe avere molte delle sue qualità.
HFGM: Leggendo le riviste che trattano jazz (in Italia sono due) si evince che il jazz italiano sta attraversando un momento d'oro. A voi che impersonificate la parte emergente di questo movimento, vi chiedo cosa ne pensate. CT & NV: Se dobbiamo essere sinceri, fare del jazz in Italia, è veramente un casino. Logicamente non parlo di quelle formazioni o solisti (tre, quattro non di più) che sono riusciti ad affermarsi e per i quali di soddisfazioni ne arrivano tante. Dire che il jazz in Italia è in un periodo d'oro non è assolutamente vero perché, di questa musica, ne viene fatta tanta che nessuno conosce. Soprattutto mancano i giornalisti che vanno a vedere concerti di band "emergenti" (come dici tu) perché nessuno vuole pagare dei giornalisti per questo. Purtroppo di questi concerti, importa poco a tutti proprio perché il jazz è ancora confinato come "musica per pochi". Facendo un discorso generale per la musica, devo dire che non c'è, ne' in Italia, ne' all'estero, questa grande cultura e nemmeno una grande volontà di promuoverla. Basti pensare al prezzo dei CD (con l'IVA al 20%, N.d.R.), alle strategie di marketing delle case discografiche, alla programmazione della nostra TV di Stato. Comunque, se può consolare, aggiungo che anche negli Stati Uniti solo pochi "eletti" hanno successo tra il grande pubblico. Si gioca poi molto sul fatto che, chi compra dischi, quasi mai ha gli elementi per capire se si tratta di un'operazione ruffiana o di un qualcosa di veramente creativo. Dopotutto, ai musicisti interessa comunque il denaro e, a tutti i musicisti, una volta affermati, interessa restare sulla cresta dell'onda il più a lungo possibile. Ti sei mai chiesto perché i primi dischi di una band o di un solista sono spesso i migliori della loro discografia? Noi, come gruppo emergente, e credo di poter parlare anche a nome di tanti altri, gradiremmo avere più guida, la strada più spianata da chi fa musica "sotto i riflettori". Loro dovrebbero essere i primi a promuovere la creatività. Io trovo molta più inventiva, più fantasia, tra chi suona nei club da una vita piuttosto che da chi è affermato ed ha come unico scopo soddisfare sempre i gusti delle persone. Noi, personalmente, non vorremo mai finire in questo limbo.
HFGM: È evidente che gli interessi commerciali, il preoccuparsi solo dei fatturati, dominano i comportamenti di chi potrebbe fare qualcosa, ma non fa. Pensi che l'accostamento tra jazz e rock potrebbe essere una strada da percorrere per unire sia il discorso commerciale che quello qualitativo? Dopotutto già Miles Davis negli anni '70, con il suo jazz rock era riuscito a riempire interi stadi di pubblico pagante con concerti di questo tipo. CT & NV: Assolutamente sì. Ci sono stati molti gruppi di jazz rock come i Nucleus, i Soft Machine, i Weater Report, gli Oregon, che hanno fatto bella musica a prescindere dalla definizione di musica jazz, rock, funky o soul. Comunque, le definizioni sono nate per identificare un certo tipo di musica quando questa è nata. Poi la musica si è sempre evoluta: il soul è stato contaminato dal rock o dal jazz, il latin dalla bossa nova e così via. Jazz è una parola con un significato molto ampio già di per sé. Non significa solo swing, Louis Armstrong o la musica di una particolare città americana. Oggi bisognerebbe sforzarsi di pensare al jazz per ciò che è: musica contemporanea e basta. Ti faccio il nostro esempio: adesso vogliamo farci le ossa sull'acustico e l'elettronica per il momento non ci interessa; non è però detto che in futuro non possa interessarci. Il volere dare delle etichette poi, non ci piace. È solo un discorso commerciale, per aiutare chi legge riviste a poter comprare i dischi, ma ha sempre poco senso. Anche la contaminazione stessa noi la intendiamo più come influenza, spesso confondiamo la causa con l'effetto. Molti musicisti si appropriano di altre musiche, di altri standard per poterne fare uno loro. Se John Coltrane suono' con Olatunji esplorando nuove forme, non fece contaminazione ma la sua musica unendola a quella di un artista con diversa formazione. Ciò che è fuorviante, è che molti produttori per esempio dicono "se qui metto il sitar, il brano diventa indiano". Quindi, se siamo in periodo dove la musica indiana è di moda riesco a vendere di più.
HFGM: Nicola, abbiamo parlato di jazz rock. Voglio chiederti di un album considerato fondamentale in quest'ambito. Si tratta di Bitches Brew di Miles Davis. Possiamo considerarlo ciò che meglio identifica l'unione tra musica jazz e musica rock? NV: Parli di un album eccezionale. Quando uscì fece gridare allo scandalo pressoché tutti, anche coloro che non si ritenevano dei puristi. In quest'album, per la prima volta, fu usato un basso Fender da una formazione jazz. In questa ottica è stato un album che ha permesso ai rockettari di avvicinarsi al jazz e viceversa. In direzione opposta (dal rock verso il jazz) ma con lo stesso risultato, hanno agito i Soft Machine e Frank Zappa. Però, perdonami una po' di pragmatismo, secondo me, Miles Davis, indubbiamente un grandissimo musicista, in quell'occasione, spinse la sua genialità in direzione dei gusti del pubblico. Ritorno al discorso sulla contaminazione fatto prima: lui, per poter abbracciare sempre più pubblico, si sarà interrogato su come fare: "un'operazione commerciale, oppure la sua musica in un'altra maniera?". Lui scelse di fare la sua musica in un'altra maniera. Quindi, di nuovo, non possiamo definire Bitches Brew un album di contaminazione, ma piuttosto un progetto di Davis che va avanti con strumenti elettrici. Ecco: "un album che ha assorbito le influenze del periodo", mi sembra più corretto dire così. Comunque raccogliere ed unire influenze è fondamentale per crescere. Per avvicinare i giovani al mondo del jazz bisogna essere creativi. Miles Davis, facendo Bitches Brew, fece un capolavoro. Chi va sistematicamente a cercare progetti a tema per l'anniversario della morte di qualcuno farà solo un'operazione commerciale per rincorrere qualche moda. In questo caso, dando per scontato che raramente le ricorrenze coincidono con i gusti musicali o le "fasi" musicali di un artista, sarà sempre un progetto che l'artista non si sente dentro, non si sente suo, quindi non fa vera musica. Questa è pessima speculazione e getta fumo negli occhi. Per contro, potrebbe fare vera musica, un musicista ubriaco alle tre di notte, intento a suonare in un pub davanti a trenta persone, perché forse, la sua musica riesce a venire fuori proprio lì.
HFGM: Claudia, parlaci del vostro nuovo album che uscirà tra qualche mese. CT: Alcuni pezzi che abbiamo fatto stasera li avete sentiti; tra questi ce ne sono due scritti da me: Extra e La Pietra Tonda. Ti accenno a questi due, perché li ritengo, per certi aspetti, innovativi e particolari. Cantare Extra richiede molto impegno, c'è un continuo saltellare da nota a nota. La Pietra Tonda è una specie di indovinello, fino alla fine non si capisce cosa sia. "Non è una pietra focaia, non è una pietra refrattaria…" recita il testo in inglese. Poi, alla fine, si scopre che si tratta della pietra di mare, liscia e levigata dall'acqua e dalla sabbia. Per la prima volta, con quest'album, ho scritto dei pezzi. Comunque, ciò che abbiamo voluto evidenziare con questo nuovo lavoro è che il gruppo ha un equilibrio fondato sulla personalità di ognuno che diventa personalità collettiva.
HFGM: Per non dire i vostri idoli, i vostri riferimenti. Solo un nome ciascuno. CT: Billie Holiday. NV: Charlie Haden.
HFGM: Ed i dischi ai quali siete maggiormente affezionati: CT & NV: Ballads di John Coltrane viene per primo. Poi ci piacciono molto le collaborazioni di Coltrane con Monk e con Ellington. In generale, adoriamo Coltrane. Comunque ci sarebbero centinai di dischi da citare; per esempio tutta la discografia di Mingus. NV: A me piace ascoltare anche dischi rock. Di questi, in una ipotetica classifica metterei al primo posto In The Court Of The Crimson King dei King Crimson. Poi, come ti ho detto, mi piacciono i Soft Machine ed i Led Zeppelin.
HFGM: Claudia, Nicola, grazie e in bocca al lupo. CT & NV: Crepi!! E vinca il jazz.
Luca Buti Andrea Barucci
© Copyright - All right Reserved ® - HI-FIGUIDE - FRANCESCO S. PICCIONE
|
|