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IMPIANTI AUDIO
IMPIANTI AUDIO COMPLETI DELLA REDAZIONE


DATA PUBBLICAZIONE
01/08/2007

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Il fantastico impianto audio di Giacomo Pischedda: diffusori Tannoy Canterbury e subwoofer Velodyne.

ALLA RICERCA DELL'ARCA PERDUTA… OPSS, DEL SUONO REALE

Prima di parlare dei componenti dell'impianto mi sembra opportuno indicare lo scopo al quale lo stesso è destinato ed accennare i criteri seguiti per l'ambientamento e la messa  a punto del sistema.

Lo scopo è, non troppo ovviamente stando a ciò che spesso si sente in giro, quello di soddisfare la passione per la musica anche all'interno delle mura domestiche. Questa passione mi è stata trasmessa a partire dai 6 anni di età da mio fratello, più grande di me di 16 anni, con l'ascolto del rock e dei cantautori italiani prima, del jazz e della musica classica qualche anno dopo. Mi portava spesso ad assistere ai concerti più interessanti e la delusione che poi provavo a casa, nel risentire De Andrè nel compattino che avevamo a disposizione a quei tempi,  ha fatto nascere in me la passione per l'alta fedeltà.

Ho avuto diversi apparecchi, che ho migliorato nel tempo mano a mano che le possibilità economiche me lo consentivano e ho sperimentato varie filosofie progettuali provando centinaia di componenti prima di trovare la mia "via".
Per quanto riguarda i diffusori ho spaziato dagli RCF di impostazione semiprofessionale, nei periodi dedicati prevalentemente al rock, ai  planari di varie taglie che nonostante i risaputi limiti fisici mi hanno permesso ascolti di accettabile qualità se utilizzati da soli  e di buona qualità quando, ormai da diversi anni, li ho potuti "completare" con un subwoofer.
L'unico approccio che ho sempre odiato è quello dei minidiffusori, che ho iniziato a chiamare
bottoli fin da ragazzino, per il fastidio che la loro riproduzione anoressica mi ha sempre provocato ricordandomi il vecchio compattino di mio fratello.

Oggi ascolto praticamente solo jazz e classica, da Bix Beiderbecke ad Albert Ayler e da Claudio Monteverdi a Luciano Berio, con una  passione particolare per le 32 Sonate di Beethoven. Ogni tanto mi dedico al rock oppure a pochissimi cantautori italiani.

Per quanto riguarda l'ambiente d'ascolto sono sempre riuscito a rispettare quello che per me è il requisito principale: l'impianto deve essere il padrone assoluto della stanza che lo ospita.
Sistemo ogni cosa esclusivamente in base alle esigenze acustiche dettate dal risultato sonoro che voglio ottenere e ho sempre avuto il suono sperato, relativamente ai componenti a disposizione, in ambienti dai 10 ai 24 metri quadri per quanto riguarda i miei impianti e fino a 80 metri quadri in  sistemi altrui messi a punto in passato.

Il sistema attuale è posizionato in un ambiente di 18 metri quadri e grazie ad un attento posizionamento mi permette una risposta in basso estesa fino a circa 25 Hz come percezione uditiva e ben sotto l'udibile come percezione fisica. La stanza è trattata solo con tappeti, tende e mobili grazie all'adattabilità  tipica dei sistemi molto estesi in basso.

Nell'effettuare la messa a punto ci sono certamente dei criteri variabili che devono assecondare la natura dei componenti utilizzati ed i gusti del proprietario dell'impianto, ma ci sono soprattutto, per quanto mi riguarda, 2 metodi fissi dei quali si parla abbondantemente su HFG:

- l'utilizzo di 3 punti di appoggio flessibili, che costruisco in vari modi a seconda dei risultati delle sperimentazioni, per lo smorzamento delle vibrazioni trasmesse o ricevute da ogni componente (a tal proposito ho notato che sembra di potersi discostare dall'utilizzo dei 3 punti smorzati solo negli impianti in cui,  volendo essere generosi, si sentono sussurrare i bassi dai 50-60 Hz in su);
- un rodaggio sistematico, sia elettrico che meccanico, di tutti i componenti.

Per rodaggio meccanico intendo non solo l'ovvio  assestamento dei woofers o del mylar in caso di planari, ma il fatto che anche tutti i componenti passivi, i telai e lo stesso ambiente d'ascolto devono integrarsi ed assestarsi "abituandosi" alle nuove vibrazioni che li solleciteranno soprattutto quando si può godere di una gamma bassa degna di tale nome. 
Spesso ho cercato di convincere alcuni audiofili di pazientare almeno 4 mesi prima di disfarsi, per facile arrendevolezza, di ottimi diffusori, in teoria  già rodati, che avevano come unica colpa quella di avere i bassi. Dopo avermi guardato come un alieno, quando dicevo di fare amalgamare l'insieme delle cose e di non pretendere tutto e subito, si sono rimessi in casa dei
bottoli dal costo insensato e dalla resa sonora simile "al timbro del  telefono (!!)".….. peggio per loro!

Una volta smorzato ed amalgamato il tutto procedo ad un millimetrico posizionamento dei diffusori e ad una precisa taratura del sub, utilizzando, per oggettivare per quanto possibile il lavoro svolto, vari dischi Telarc, Dorian e Reference Recording fino a ritenermi soddisfatto della timbrica, della dinamica, della scena e soprattutto del senso del ritmo trasmesso dall'impianto.
Alcuni brani che, conoscendoli a memoria, uso sempre, per valutare certi parametri con le incisioni "normali", nelle quali, a livello storico e artistico, si trovano purtroppo registrati moltissimi capolavori, sono:

- "Boogie", da "Concerti", CGD di Paolo Conte del 1989,  per il senso del ritmo;
- "Lover man (oh, where can you be?)", da "Lady in autumn" selezione Verve di Billie Holiday, per l'espressività;
- "Una vela! Una vela!" ed "Esultate!", da "Otello", Decca direzione Alberto Erede del 1955, per le basse frequenze e per le voci;
- "Allegretto pizzicato", dal quartetto N° 4 di Bartok eseguito dal Quartetto Ungherese, DG del 1962, per la timbrica.

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Il tavolino portaelettroniche.


ALIMENTAZIONE
Questo aspetto fondamentale è abbastanza ben curato nei miei componenti, soprattutto nel caso della sorgente digitale che utilizza alimentatori separati.
La corrente destinata all'impianto è prelevata direttamente dal contatore, con cavo di dimensioni più che idonee, fino ad una multipresa di origine industriale di adeguata robustezza, opportunamente smorzata con uno splendido materiale gommoso. Finora non ho inserito un condizionatore od un filtro di rete perché quelli che ho provato mi hanno deluso.
I cavi di alimentazione che più mi sono piaciuti e che uso su ogni componente, sub compreso, per lo stupore di molti, sono i MIT Magnum più un MIT Oracle per il DAC. Non so come siano fatti: so solo che, per ora, il loro contributo sonoro mi soddisfa. Nessun cavo tocca la parete posteriore o ha contatti meccanici rigidi. Ogni volta che deve per forza toccare il pavimento oppure il mobile portaelettroniche (costruito con  massello di noce stagionato, dal peso di 50 Kg ed assemblato in maniera tale da avere una struttura abbastanza elastica) ci metto sotto del materiale gommoso adeguato.

CAVI DI COLLEGAMENTO
Il cavo digitale è un Audioquest in fibra ottica di vetro per collegamenti AT&T veramente valido in tutti i parametri.
I cavi di segnale tra dac e pre e tra pre e finale sono dei Monster Sigma Retro Gold, moderatamente intrecciati in modo da stare


(Continua a pagina 2)

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