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dei progettisti nel riconoscere l'esistenza della stessa, ma dai sistemi di diffusione del suono e dalla loro collocazione in ambiente.
La gamma media è presente e ricca di dettaglio. Una cosa che apprezzo molto sono le frequenze alte che non sono mai taglienti o fredde: per questo ad un primo ascolto può essere frainteso come suono ambrato, ma dopo svariate ore di utilizzo ci si accorge che non è così. In questo modo non esiste fatica di ascolto e si apprezza appieno anche la mediobassa percependo così l'anima della musica che alberga in questa zona di frequenze.
Dal punto di vista tecnico l'EMC1 è una meraviglia. E' realizzato come fosse una corazzata da guerra, (il peso di 22,5 Kg sono li a testimoniarlo). Monta una meccanica Philips CD2 Pro che in casa EC hanno attrezzato come fosse un giradischi analogico, sospendendo tutto il blocco lettura tramite molle elastiche (come fanno molti) ma a sua volta inglobando la stessa meccanica in un ulteriore blocco accordato acusticamente e coperto da brevetto. In caso di trasporto la meccanica deve essere bloccata pena la rottura del lettore stesso.
In dotazione il lettore ha una livella a bolla che tramite i piedini regolabili (rigorosamente 3) aiuta a mettere in piano il giracd ….. come avviene in un giradischi analogico.
Chiaramente se la stessa cura prevista per la parte meccanica non fosse stata riportata su quella elettronica il risultato probabilmente non sarebbe stato il medesimo. Ecco quindi che il progetto prevede tutti i circuiti analogici configurati in modo simmetrico e bilanciato, come nelle amplificazioni targate Electrocompaniet. L'alimentazione impiega la tecnologia propria di casa EC denominata FTT (Floating Trasformer Technology) e prevede quattro linee separate per l'approvvigionamento energetico delle varie funzioni del lettore (meccanica di lettura, logica di controllo, sezione digitale, sezione analogica). Tutto quanto finora descritto fa si che l'EMC1 è un prodotto solido e duraturo nel tempo sia dal punto di vista sonoro che dell'affidabilità.
IL FINALE DI POTENZA Passiamo ora all'orgoglio dell'impianto, l'amplificatore finale. Esistono oggetti che per caso un giorno incontriamo e da quel momento non dimentichiamo più, (almeno a me qualche volta è capitato): il mio attuale finale di potenza è uno di questi. Ne lessi la prova su un Audioreview nel 1995 anno del lancio sul mercato e da allora ha sempre avuto uno spazio nel mio cuore e nella mia mente, chissà poi perchè… Non è difficile capirne il motivo, visto ormai il mio dichiarato grande apprezzamento per il marchio norvegese e nel fatto che la lettura di tale articolo avvenisse in un momento in cui consumavo ore ed ore di ascolto musicale con l'indimenticato Ampliwire 75: ora vi chiederete di quale amplificatore sto parlando? Dell'Electrocompaniet Ampliwire AW 180. Orbene dobbiamo dire che Electrocompaniet è venuta al mondo come costruttore di amplificatori nel lontano 1973 con il celeberrimo finale da 25 W denominato "The two channel power amplifier", e che nelle sue "creazioni" troviamo applicati tutti quei principi che a suo tempo Matti Otala formulò (mi pare intorno al 1970) sulla TIM (distorsione di intermodulazione dinamica) e sull'uso corretto della controreazione. Il costruttore tiene a specificare che tutti i modelli commercializzati in seguito altro non sono che affinamenti del progetto originario.
L'ampli in questione, AW 180, è monofonico e si presenta nella sua classica livrea nera con frontale in plexiglas, dove campeggia il logo ed il nome della casa. Ogni monofonico ha dimensioni compatte: un parallelepipedo alto cm 28,5 largo 21,5 e profondo 47, ed un peso di 25 kg. Al momento di portarli in casa li ho dovuti sballare e trasportarli singolarmente, poiché gli oltre 50 kg di stereofonia sarebbero stati davvero troppi per la mia schiena!
Come suona questo amplificatore? Come un Electrompaniet, quindi come il lettore cd EMC 1 (o il mio anziano AW 75) e le mie 801 ora "volano"! Gli AW 180 sono capaci, con i loro 180 W su 8 ohm che diventano 350 su 4 e 650 su 2, con una THD di 0,2% e una capacità di gestire correnti di picco dell'ordine di 100 Ampere, di restituire una delicatezza e musicalità tipica del marchio con un pilotaggio di altissimo livello, dove per pilotaggio si intende il controllo degli altoparlanti. Come vi ho accennato le 801 suonano con tutto, ma per farle "cantare" bisogna utilizzare solo determinate amplificazioni con ben determinate caratteristiche sonico/elettriche. Ora con i 180 il basso delle mie B&W è controllato a dovere e restituisce corpo e precisione; il soundstage è profondo e ben dilatato, ma il tutto viene da se senza sottolineature e con grande dinamica. Il medio alto delle 801 è fluido e neutro e regala la possibilità di molte ore di ascolto senza affaticare l'orecchio, situazione per me fondamentale.
Quello che hanno di straordinario però è una caratteristica davvero non comune per amplificatori così potenti: l'eleganza, la grazia e delicatezza non sono proprie di finali con questi dati di targa. Mi spiego meglio, mi è capitato spesso in passato di provare ampli anche molto potenti, i quali mi lasciavano a bocca aperta per la loro "spinta" e impeto travolgente, ma mi facevano però rimpiangere amplificazioni con potenze ridotte per quello che riguardava tutto il resto (finezza di grana, trasparenza, soundstage, dimensioni dei musicisti e cantanti). Sappiamo bene di quanto sia esponenzialmente più difficile per un progettista realizzare amplificatori ben suonanti dotati di potenze dell'ordine di qualche centinaio di W rispetto ai corrispettivi da poche decine. Vi assicuro che sotto questo punto di vista gli Electrocompaniet sembrano amplificatori da non più di una cinquantina di Watts ed è questo il più grande risultato!
IL PREAMPLIFICATORE Il THRESHOLD T2 è uno splendido preamplificatore a 2 telai, dal costo di lire 17.000.000 all'epoca in cui era in listino, sonicamente e tecnicamente al di sopra di ogni sospetto. L'inserimento tra le elettroniche appena descritte è ottimale, dove il bilanciamento tonale rimane sempre perfettamente stabile a qualsiasi volume. Probabilmente parte del merito va alla realizzazione di un "sistema" di controllo del volume servo-assistito da microprocessore (tra i primi se non il primo in tale approccio al problema) che interpretando l'orientamento della manopola apre una rete di relè (uno alla volta si intende) alla quale è collegata una rete di resistenze direttamente sullo stampato (ottenendo così anche un accorciamento del percorso del segnale). Per i più sedentari (come il sottoscritto) il preamplificatore è "gestibile" tramite un telecomando di ottima fattura e completissimo. Merita una prova a parte.
(Continua a pagina 3)
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